Tsundoku, tra poesia e patologia
Tsundoku, tra poesia e patologia
Tsundoku è un termine giapponese che indica l’abitudine di accumulare libri senza leggerli o in attesa di essere letti. È una combinazione di due parole: “tsunde” (che significa “accumulare”) e “oku” (che significa “mettere da parte”). Un gioco di parole ha trasformato prima “Oku” in “Doku” (lettura) e poi l’unione di “tsunde e Doku” (un po’ cacofonico, e di certo difficile da pronunciare) è sfociato in “tsundoku” appunto, questo termine curioso, che ora sta diventando popolare anche nel nostro paese. Perché di lettori che acquistano compulsivamente libri per poi lasciarli sul comodino, ce ne sono in ogni dove, e lo so per esperienza!
Lo tsundoku è un fenomeno molto comune tra i bibliofili che spesso acquistano più libri di quanti riescano effettivamente a leggerne.
L’origine del termine non è del tutto chiara, ma si ritiene che sia emerso durante l’era Meiji in Giappone (tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo). Durante questo periodo, l’alfabetizzazione si diffuse rapidamente e sempre più persone avevano accesso a una vasta gamma di libri. Lo tsundoku potrebbe essere il risultato dell’abbondanza e della voglia di possedere e accumulare conoscenza.
Lo tsundoku non è però solo una conseguenza dell’amore per i libri e dell’entusiasmo per l’acquisizione di conoscenza, può anche essere attribuito alla mancanza di tempo o alla tendenza a o alla tendenza a dare priorità alle novità. Per alcune persone, la presenza di una pila di libri da leggere può essere addirittura una fonte di comfort o di ispirazione.
In generale, lo tsundoku è considerato un termine neutrale, senza una connotazione necessariamente negativa. Tuttavia, può essere un problema se l’accumulo di libri diventa eccessivo e arriva a ostacolare la lettura effettiva.
Una forma di bibliomania, volendo tradurre il termine in italiano, definita come disturbo ossessivo-compulsivo che riguarda proprio l’accumulo di libri. Ma c’è una sottile differenza – e non solo perché il termine giapponese è molto più romantico e meno ‘medicale’ – ma perché, se la bibliomania descrive l’intenzione di collezionarli, il termine tsundoku si riferisce a chi è determinato a leggerli ma poi se ne dimentica, passando a un nuovo acquisto.
Sul web se ne parla tra appassionati ricorrendo all’espressione ‘pila della vergogna’, con tanto di proposte e consigli per uscire dal tunnel, per esempio impegnandosi a donare i libri non letti, riorganizzando la propria libreria, o virando sugli e-Book o sugli audiolibri, che si possono tranquillamente accumulare senza rischio di occupare spazio. Ma non credo ci sia una reale soluzione al problema, perché il lettore che si rispetti avrà sempre una pila di libri non letti che aspettano lì, pazienti, il momento di dischiudere i loro segreti.