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Chi sono i «sensitivity readers» e che ruolo hanno nell’editoria?

Aggrappiamoci alla semantica

Chi sono i «sensitivity readers» e che ruolo hanno nell’editoria?

Sull’onda delle polemiche scatenate dal rimaneggiamento dei libri di Roald Dahl alla luce della sensibilità contemporanea, sono saliti alla ribalta i cosiddetti “sensitivity readers”, ma chi sono e soprattutto sono davvero necessari o stiamo scivolando in un’epoca di censura?

Nella convinzione che il linguaggio influenza il pensiero (e viceversa?) abbiamo consegnato alle parole l’arduo compito di renderci più inclusivi. Nascono così figure preposte a modellare testi letterari in grado di formare individui scevri da pregiudizi o forme di insensibilità sperando che dalle parole si passi poi ai fatti. Insomma una letteratura che possa renderci migliori.

I sensitivity reader sono professionisti, perlopiù editor, assunti da case editrici o autori per valutare la sensibilità culturale di un testo in relazione a temi come razza, etnia, genere, orientamento sessuale, disabilità, malattie mentali, religione e altro ancora. Il loro ruolo principale è quello di fornire un resoconto dettagliato su come questi temi sono presentati e rappresentati in un testo, evidenziando eventuali problemi o stereotipi offensivi o inesatti. In questo modo, aiutano gli autori e gli editori a evitare di perpetuare pregiudizi e discriminazioni.

I sensitivity reader possono essere esperti in determinati ambiti, (ad esempio un esperto di cultura asiatica per la rappresentazione di personaggi asiatici) e il loro lavoro aiuta a prevenire controversie e critiche da parte del pubblico.

Non c’è nulla di male in questo, senonché non credo funzioni. Siamo esseri contraddittori e siamo fondati sugli opposti: bello / brutto, alto / basso, ecc… inoltre siamo portati a semplificare. Abbiamo bisogno che il nostro senso critico si formi attraverso queste categorie, dobbiamo farci i conti e capire, sbattendoci il muso, che gli stereotipi vanno superati non perché dobbiamo essere buoni e abolire le cose brutte, ma perché siamo tutti passibili di stereotipi, perché (per fortuna!) non esistono corpi conformi, non esistono etnie superiori alle altre, religioni migliori di altre ecc… Si obietterà che sarebbe bello ma non funziona così, bisogna spingere un po’ verso nuove conquiste sociali e culturali sensibilizzando le masse. Francamente non so quale sia il modo giusto, ma non sono certa che espungere parole e concetti controversi sia una soluzione percorribile.

Tuttavia, secondo molti, come recentemente il quotidiano Le Monde, l’attenzione ai testi è «necessaria affinché l’industria, in maggioranza bianca e privilegiata, prenda coscienza dei propri pregiudizi razzisti, sessisti e omofobi». L’obiettivo, in questo caso, non è quello di riscrivere o imporre la propria visione all’autore, ma, anzi, è quello di arricchire le fasi di ricerca e sviluppo – essenziali nella stesura di un manoscritto –, fornendo una reale esperienza vissuta. 

Mi resta però un ultimo dubbio che riguarda la possibilità che ci accaniamo sulle parole perché su di esse possiamo esercitare maggior controllo che su tutto il resto. Ma che poi le questioni rimangano confinate lì, in quei libri, incapaci di esercitare una vera influenza al di fuori di una sparuta cerchia di lettori.

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