Il Cantiere
IL CANTIERE
Juan Carlos Onetti
Cinque anni dopo esserne stato esiliato con disonore, Larsen fa ritorno a Santa María con un piano ben preciso: intraprendere un serrato quanto patetico corteggiamento di Angélica Inés – la figlia di Petrus, potente signorotto locale –, e al contempo farsi assumere da questi come capo del cantiere navale di sua proprietà. Scoprirà ben presto che il cantiere è solo un cadente involucro al centro di un deserto, dove nulla accade da anni. Un nulla di cui però Larsen, antieroe per eccellenza e personaggio indimenticabile, diventerà l’irreprensibile Direttore Generale, autoproclamandosi sovrano di un regno in decadenza fatto di vecchie carte impolverate e rottami venduti illegalmente per pochi spiccioli.
Con una scrittura magistrale, fatta di netti sostantivi e aggettivi disarmanti, Il cantiere è forse il tassello più compiuto dell’assurda comédie humaine costruita da Onetti: un romanzo attuale a sessant’anni dalla sua pubblicazione, e una porta d’accesso privilegiata all’universo onettiano che, sulla scia maestra di Faulkner e Céline, si fonda su un microcosmo asfissiante e perfetto: Santa María.
Anamnesi
Questa è la storia di una lunga, lenta, forse premeditata, discesa nella catastrofe del protagonista, e non solo. L’autore mette in scena l’epica della sconfitta.
Tutti i personaggi, l’ambientazione, i paesaggi, la lingua, sono il coro della tragedia. Tutto nell’universo rappresentato da Onetti, è decadimento, tutto è a un passo dal cedere. In questa progressione composta e rassegnata verso l’inevitabile, l’epica del perdente, la metafora del tempo che procede sempre e inesorabile verso la disfatta, il messaggio è chiaro: non c’è redenzione, non c’è un senso, tutto è semplicemente destinato a deteriorare, a marcire, a disfarsi, esattamente come i nostri corpi. La conclusione è sempre una sconfitta.
Il romanzo è davvero spiazzante. È una lettura sorprendente. Bizzarra. Disturbante. Faticosa. Dal punto di vista linguistico è straordinario: l’uso degli aggettivi, la costruzione del periodo. Tutto concorre alla grigia e decadente architettura dell’inevitabile, Ma questo lo spiega magnificamente Albinati nella postfazione! La cosa che colpisce è la profondità filosofica, l’acume, la capacità di cogliere la natura (beffarda) della vita stessa, e condensarla nella crudeltà serafica di un gesto, di un singolo dettaglio, nell’orrore di una raffica di ‘vento balbettante’, in una ciocca di capelli unti.
“la vita non è altro che questo, tutto ciò che vediamo e sappiamo. E questo ha un significato chiaro, un significato che a vita non ha mai cercato di nascondere e contro il quale gli uomini lottano stupidamente sin dall’inizio con parole e ansie. E la prova dell’incapacità degli uomini di accettarne il significato è che la più incredibile di tutte le possibilità, quella della nostra morte, è per la vita semplice routine; un fatto sempre e comunque già acquisito”
Sintomi
Questo romanzo è per le persone che possiedono un ironico ed esteticamente connotato autolesionismo. Per chi sa che cercare un senso è inutile e che lo spauracchio della morte è ciò che dà sostanza a tutto.